Pensiero della XXII Domenica del Tempo Ordinario 2026

Geremia 20,7-9
Salmo 62
Romani 12, 1-2
Matteo 16,21-27

Il Messia di Pietro o il Cristo della croce?

La liturgia di questa domenica ci invita a camminare dietro a Gesù per imparare a pensare secondo Dio e vivere come Lui, donando la vita per salvarla. La via, che Gesù ci indica, consiste nel mettere i nostri piedi sulle sue orme, nella disponibilità a donare noi stessi, accogliendo liberamente la croce. E’ una sequela esigente, nella quale si sperimenta anche la lotta interiore, come testimonia Geremia, sedotto e insieme provato da una parola che arde nel cuore. Pietro ascolta Gesù, confessa che egli è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e, un istante dopo, lo rimprovera. Di fronte a Gesù che spiega ai discepoli che doveva soffrire, venire ucciso e risorgere, Pietro replica: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” (Mt 16,22). Ma la risposta di Gesù è come una scure che si abbatte alla radice: “Va’ dietro a me, Satana!” (Mt 16,23a). Pietro aveva commesso quell’errore che, in un modo o nell’altro, facciamo tutti: mettersi davanti a Gesù, pretendendo di fargli da guida. Gesù rimette Pietro al suo posto, perché il discepolo non traccia la rotta: “Prendi la tua croce e seguimi”. Il discepolo cammina guardando la schiena del Maestro, non vede dove il sentiero svolta, ma si fida ciecamente di chi cammina davanti. Questo è l’inizio della vera libertà: significa deporre il peso insostenibile di dover essere i registi della storia, i salvatori di noi stessi e degli altri. Significa accettare la logica scandalosa del chicco di grano, la forza regale del dono totale di sé che passa per il silenzio del Venerdì santo per fiorire nella Risurrezione. Il passaggio dal Messia di Pietro al Cristo della croce è una conversione che dura tutta una vita. “Chi vuol salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà” (Mt 16,25): questo significa smettere di pretendere che Dio si adegui alla nostra volontà, e avere il coraggio di perdere la nostra vita, di spenderla, di consumarla per qualcosa che vale davvero. “Non bisogna salvare la propria vita come si salva un tesoro; bisogna salvarla come si perde un tesoro. Spendendola!” (Ch.Peguy). “La croce come immagine abita gli occhi di tutti: pende al collo di molti, segna vette di monti, incroci, campanili, abita i discorsi come sinonimo di disgrazie e di morte…ma il suo senso profondo è altro. Per Gesù la croce è il luogo del dolore e dell’amore. Sostituiamo la parola “croce” con la parola “amore”, e la frase del Vangelo diventa: “Chi vuole venire con me, prenda tutto il “suo” amore, tutto quello di cui è capace, e mi segua” (P.Ermes Ronchi).

Preghiera: O Signore, aiutaci ad accettare le nostre croci quotidiane come luogo del dolore e dell’amore, per unirci profondamente a Te, che dalla croce hai redento il mondo.

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