Pensiero della Seconda Domenica di Pasqua (della Divina Misericordia)

Atti 4,32-35
Salmo 117
1Giovanni 5,1-6
Giovanni 20,19-31

Scopriamo il Risorto attraverso la fede

La gioia della Pasqua suscita subito nei primi cristiani un nuovo stile di vita fondato sulla fraternità e la solidarietà. Non c’è fede senza carità (prima lettura). Giovanni nella sua prima lettera ci dice che chi crede che Gesù è il Cristo è nato da Dio, e lo mostra mettendo in pratica i suoi comandamenti (seconda lettura).

Nel Vangelo siamo alla sera del giorno della risurrezione di Gesù e la comunità dei discepoli è riunita. E’ una comunità ferita, lacerata: Gesù non è più con loro. Il passato è pesante: è la storia del loro maestro ucciso e appeso a una croce. E’ anche la loro storia, la storia del tradimento dell’amico da parte di Giuda, del rinnegamento del fratello da parte di Pietro, dell’abbandono del maestro da parte dei discepoli. Eppure il Gesù risorto viene e sta “in mezzo”: non è un’indicazione spaziale, ma esistenziale, cioè Gesù viene nel cuore della loro situazione personale e comunitaria. Invoca su di loro per due volte la pace: “Pace a voi” (Gv20, 19.21) e mostra le ferite, quasi che la pace fluisca da quelle piaghe. Gesù si manifesta con queste ferite che resteranno nel suo corpo per sempre, perché sono i segni del mite che non ha opposto resistenza, che non ha reagito alla violenza. La croce, infatti, non è un semplice incidente di percorso da superare e dimenticare, ma è la gloria di Gesù, il punto più alto dell’arte divina di amare, che in quelle ferite si offre per sempre alla contemplazione dell’universo. E’ proprio a causa di quei fori nelle mani e nel fianco che Dio l’ha risuscitato, e non già nonostante essi: “sono l’alfabeto indelebile della sua lettera d’amore” (padre Ermes Ronchi). Gesù non vuole forzare Tommaso, ne rispetta la fatica e i dubbi, sa i tempi di ciascuno, conosce la complessità del vivere. “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv20,27). Tommaso esclamò: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv20,28). “Tommaso ripete quel piccolo aggettivo “mio” che cambia tutto. “Mio” non di possesso, ma di appartenenza: stringimi in te, stringiti a me. “Mio” come lo è il cuore. E, senza, non sarei. “Mio” come lo è il respiro. E, senza, non vivrei” ( P. Ermes Ronchi).

Preghiera: O Maria, Madre della fede, aiutaci nei tunnel oscuri della nostra storia ad affidarci al tuo Figlio, con l’invocazione: “Mio Signore e mio Dio!”.

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